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Mobbing e Demansionamento: La Cassazione Fissa i Paletti – Onere della Prova, “Animus Nocendi” e il Dovere di Ricollocazione Equivalente.

La recente ordinanza della Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, n. 849/2026 (R.G. 15893/2023) affronta con rigore uno degli ambiti più delicati del diritto del lavoro: il confine tra esigenze organizzative, sopravvenuta inidoneità fisica e condotte vessatorie sistematiche. L’articolo analizza i principi ribaditi dalla Suprema Corte in materia di obbligo di ricollocazione a mansioni equivalenti ex art. 42 d.lgs. n. 81/2008, la ripartizione dell’onere della prova in capo al datore di lavoro e i parametri per la configurazione del mobbing ex art. 2087 c.c., con specifico riguardo alla desumibilità presuntiva dell’animus nocendi. Un contributo di immediata utilità per avvocati giuslavoristi, uffici risorse umane e professionisti chiamati a gestire le criticità psico-fisiche e relazionali in contesto aziendale, nel rispetto dei consolidati orientamenti giurisprudenziali e dei rigidi limiti del giudizio di legittimità.

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Licenziamento disciplinare per presunta simulazione di malattia.

L’ordinanza in esame verte sulla legittimità del licenziamento disciplinare fondato sulla presunta simulazione dello stato di malattia da parte del lavoratore. Nel caso di specie, il datore di lavoro aveva contestato al dipendente di aver finto una patologia di natura psichica al fine di evitare lo svolgimento di nuove mansioni assegnate. Il giudice di merito aveva ritenuto provato il carattere simulato della malattia valorizzando una serie di elementi indiziari: la provenienza del certificato da un medico di medicina generale, la presunta superficialità della diagnosi, la mancata esecuzione di una visita specialistica psichiatrica, il mancato acquisto dei farmaci prescritti e la manifesta contrarietà del lavoratore al mutamento di mansione.

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Certificazione Unica 2026 e Modello 730 Precompilato: Criticità sui Dati INPS e Allineamento di Studio Argari alla Linea CGIL

Diverse Certificazioni Uniche (CU) 2026 inviate da INPS e altri datori di lavoro contenevano un errore nella casella 718, relativa alla codifica del reddito di lavoro dipendente. Questo dato è essenziale per calcolare correttamente la "somma aggiuntiva" e le detrazioni lavoro dipendente previste dalla Legge di Bilancio 2025. Se non corretto, l'errore potrebbe escludere automaticamente il contribuente da agevolazioni fiscali, con una perdita economica stimata tra € 960 e € 1.000 a seconda del reddito. L'Agenzia delle Entrate ha riconosciuto il problema, confermando che gli enti interessati hanno già provveduto a rettificare e ritrasmettere i dati corretti. La dichiarazione precompilata è stata aggiornata, ma è consigliabile attendere il 14 maggio 2026 prima di inviare definitivamente il 730, per consentire l'assorbimento di eventuali ulteriori rettifiche. In linea con le indicazioni della CGIL, Studio Argari adotta un approccio cautelativo: verifica preventiva di tutte le CU, richiesta di rettifica in caso di anomalie e assistenza personalizzata per tutelare il diritto dei contribuenti alle agevolazioni spettanti. Controllare la propria CU, verificare la casella 718 e, in caso di dubbi, rivolgersi a un professionista qualificato prima di confermare il 730 precompilato.

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Firma dal Sindacato? Attenzione: il Tuo Accordo Potrebbe Non Valere Nulla,

Hai mai firmato un accordo di conciliazione con l'assistenza di un sindacato, pensando di aver chiuso definitivamente la controversia? Attenzione: non tutte le firme garantiscono la stessa tutela. Questo articolo chiarisce un aspetto cruciale del diritto del lavoro italiano: la conciliazione sindacale è inoppugnabile solo se rispetta precisi requisiti di legge. La mera presenza di un rappresentante sindacale sul verbale, infatti, non basta a blindare l'accordo. Se manca la previsione nel CCNL, se la procedura si svolge in sede non idonea (come l'azienda stessa), o se l'assistenza fornita al lavoratore è stata solo formale, il verbale può essere impugnato e dichiarato nullo. Una guida essenziale per lavoratori, sindacalisti e operatori del diritto per comprendere quando un accordo è davvero definitivo e quando, invece, nasconde insidie pronte a riaprire il contenzioso.

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Quando il Certificato Medico Diventa uno Scudo: Perché i Semplici Sospetti Non Bastano per Licenziare.

Quando un lavoratore è in malattia per depressione, il datore di lavoro può licenziarlo se lo vede svolgere attività apparentemente incompatibili con lo stato di salute dichiarato? La Corte di Cassazione risponde con un netto "no": il certificato medico del curante ha valore probatorio privilegiato e non può essere sconfessato da semplici sospetti, osservazioni informali o riprese amatoriali. Per contestare legittimamente una diagnosi, l'azienda deve produrre prove tecniche e scientifiche – come una perizia medico-legale – che dimostrino l'effettiva incompatibilità tra la patologia e i comportamenti osservati. Una pronuncia che rafforza la tutela della salute psicologica nei luoghi di lavoro e ricorda che, nel diritto del lavoro, la prova vince sempre sul dubbio.

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Salario Giusto: La Nuova Strategia del Governo per Combattere il Lavoro Povero (Senza Imporre un Minimo Legale)

Salario giusto o salario minimo? Non è solo una questione di parole, ma di approccio alla tutela del lavoro. Mentre il salario minimo legale fissa una soglia oraria uguale per tutti (es. 9€/ora), il «salario giusto» introdotto dal Decreto Lavoro 2026 sceglie una strada diversa: rafforza la contrattazione collettiva, riconoscendo come riferimento equo le retribuzioni previste dai CCNL firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. Niente imposizione statale diretta, ma incentivi e sgravi contributivi per le imprese che rispettano i minimi contrattuali, con l'obiettivo di contrastare il lavoro povero senza irrigidire il sistema. Un modello "all'italiana" che punta sulla flessibilità settoriale e sulla premialità, anziché sulla sanzione. Ma funziona davvero? Nel seguito dell'articolo, analizziamo meccanismi, vantaggi e criticità di questa riforma che potrebbe ridisegnare le tutele retributive in Italia.

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Caregiver e Discriminazione Indiretta: Quando il Rifiuto di Flessibilità Oraria Integra una Violazione del Principio di Parità di Trattamento

la sentenza segna un passaggio culturale rilevante. La conciliazione vita-lavoro per il caregiver non è più affidata alla mera discrezionalità datoriale o alla contrattazione individuale, ma diviene un preciso obbligo giuridico fondato sul principio di parità di trattamento e sul divieto di discriminazione indiretta. Un monito per le aziende: organizzare il lavoro senza considerare le esigenze assistenziali dei dipendenti può esporre a condanne per discriminazione.

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Minacce al Superiore: Il Vaglio della Capacità Intenzionale

Il licenziamento disciplinare per minacce rivolte a un superiore gerarchico non è automatico: la legittimità del recesso richiede l'accertamento della colpevolezza del lavoratore. Qualora, al momento dei fatti, il dipendente versi in uno stato di alterazione psichica clinicamente accertato – idoneo a compromettere la capacità di intendere e di volere – viene meno il presupposto soggettivo necessario per l'imputabilità della condotta. Spetta al Giudice, anche mediante consulenza tecnica, valutare il nesso eziologico tra il disturbo e il comportamento tenuto, distinguendo tra mera diagnosi e effettiva incidenza sulla capacità di autodeterminazione. In assenza di colpevolezza, il licenziamento è illegittimo.

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Sottopaga e Reato: Il Nuovo Volto dello Sfruttamento Lavorativo

Quando la sottopaga cessa di essere una semplice irregolarità contrattuale e diventa reato? L'articolo analizza i confini tra illecito civile e fattispecie penale ex art. 603-bis c.p., alla luce dei più recenti orientamenti della Corte di Cassazione. Si esamina come la reiterazione di violazioni retributive, in presenza di una situazione di vulnerabilità del lavoratore, possa integrare gli estremi dello sfruttamento lavorativo, attivando non solo la responsabilità penale del datore di lavoro, ma anche i rimedi civili per il recupero delle somme dovute e la tutela risarcitoria. Un vademecum per gli operatori del diritto sulle strategie difensive e sulle tutele processuali a disposizione delle parti.

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Trasferimento di ramo d’azienda o mera esternalizzazione? La Corte d’Appello di Roma delinea i confini indefettibili dell’autonomia funzionale.

Il provvedimento in esame verte sulla delicata distinzione giurisprudenziale tra trasferimento di ramo d’azienda (disciplinato dall’art. 2112 c.c.) e mera esternalizzazione di servizi (che richiede il consenso del lavoratore ai sensi dell’art. 1406 c.c.). Nel caso di specie, la Corte di Appello di Roma è chiamata a verificare se il passaggio di alcune articolazioni operative dalla Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. ad Accenture Services and Technology S.r.l. soddisfi il requisito costitutivo dell’autonomia funzionale. I giudici accertano che, nonostante il formale trasferimento di personale e di alcune attrezzature, le unità cedute continuano a operare in stretta interdipendenza con la banca originaria, avvalendosi dei suoi applicativi informatici, delle sue procedure gestionali e dei suoi ambienti virtuali, senza quindi possedere la capacità di svolgere in modo indipendente la funzione produttiva cui erano preposte. Alla luce di tali risultanze, l’operazione viene qualificata come una semplice esternalizzazione di servizi e non come un valido trasferimento di ramo d’azienda. Mancando il consenso esplicito dei lavoratori alla cessione dei rapporti di lavoro, la Corte dichiara l’illegittimità del trasferimento e ordina il ripristino dei rapporti giuridici ed economici in capo alla società cedente.

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Cronologia della Tutela: L’Evoluzione Giurisprudenziale dei Crediti di Lavoro tra Rivalutazione, Interessi e Divieto di Cumulo

Il credito di lavoro, per sua natura sui generis, non si esaurisce nella mera somma nominale dovuta, ma si configura come credito di valore, la cui tutela sostanziale richiede un adeguamento dinamico nel tempo. L'art. 429, comma 3, c.p.c., introdotto con la L. n. 533/1973, rappresenta lo statuto speciale di questa protezione, imponendo al giudice di liquidare, oltre agli interessi legali, il «maggior danno» da diminuzione del potere d'acquisto, ope legis e senza onere probatorio a carico del lavoratore. La giurisprudenza di legittimità, a partire dalle Sezioni Unite n. 38/2001, ha precisato che rivalutazione monetaria e interessi non sono accessori autonomi, bensì componenti essenziali della prestazione, da calcolarsi con criterio periodico e progressivo, al fine di neutralizzare gli effetti pregiudizievoli del ritardo nell'adempimento. Tale meccanismo assolve a una duplice funzione: conservativa del valore retributivo e, al contempo, deterrente nei confronti del datore di lavoro inadempiente, configurando una legittima forma di pena privata radicata negli artt. 1, 4, 35 e 36 Cost. Con l'entrata in vigore dell'art. 22, comma 36, L. n. 724/1994, il legislatore ha introdotto un dualismo normativo: per il pubblico impiego, vige il divieto di cumulo tra rivalutazione e interessi, dovendosi riconoscere al lavoratore la sola voce di importo maggiore; per il settore privato, permane il regime ordinario di cumulo integrale. La Corte costituzionale, con sentenza n. 459/2000, ha confermato la ragionevolezza di tale distinzione, evidenziando la peculiare connotazione della P.A., tenuta al rispetto dei principi di legalità e buon andamento, estranea a logiche speculative. La più recente evoluzione, culminata nelle Sezioni Unite n. 12449 e n. 12974 del 2024, ha escluso l'applicabilità dei c.d. super-interessi ex art. 1284, comma 4, c.c. ai crediti di lavoro, osservando che l'ulteriore cumulo di maggiorazioni punitive integrerebbe uno sproporzionato aggravio per il debitore, sospettabile di irragionevolezza costituzionale. In sintesi, la tutela dei crediti di lavoro si articola in un sistema cronologicamente coerente e funzionalmente differenziato, dove la protezione patrimoniale del lavoratore si bilancia con il principio di proporzionalità della sanzione, garantendo un'effettività della prestazione senza incorrere in ingiustificati arricchimenti.

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WHISTLEBLOWING: DALLA “BUONA FEDE” AL “DIVIETO DI ABUSO” – CRONACA DI UNA MUTAZIONE GIURISPRUDENZIALE (2023-2026)

La tutela del whistleblower non è automatica, ma condizionata a un bilanciamento tra presunzione processuale e verifica sostanziale: il giudice è chiamato a valutare sia la buona fede del segnalante sia la sussistenza di un interesse pubblico, anche concorrente con quello personale, evitando sia la disincentivazione delle segnalazioni legittime sia l'abuso strumentale dell'istituto.

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