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Bonus Giorgetti: il trucco legale per raddoppiare lo stipendio senza lasciare il lavoro (e cosa dice davvero la legge)

Il cosiddetto “bonus Giorgetti” per raddoppiare lo stipendio restando al lavoro non esiste: si tratta di una bufala mediatica senza fondamento normativo. Nessuna legge prevede un aumento automatico della retribuzione legato alla sola permanenza in azienda. La giurisprudenza, compresa la Corte di Cassazione, ribadisce che ogni maggiorazione salariale deve fondarsi su contratti, accordi collettivi o norme specifiche — non su voci infondate. Attenzione a truffe e consulenti improvvisati: l’unica strada sicura è informarsi su fonti ufficiali.

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Colf e badanti: stipendi in crescita dal 2026 – cosa cambia per famiglie e datori di lavoro con il nuovo CCNL

profile Qwen3-Max Ecco un estratto sintetico dell’articolo basato sul contenuto fornito: Colf e badanti: stipendi in aumento dal 2026 con il nuovo CCNL Il 29 ottobre 2025 è stato firmato il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per il lavoro domestico, in vigore dal 1° novembre 2025 ma con effetti economici a partire dal 1° gennaio 2026. L’accordo, sottoscritto da Domina e Fidaldo (datori di lavoro) e dai sindacati Filcams CGIL, Fisascat CISL, UILTuCS e Federcolf, interessa oltre 871.000 assistenti familiari. Il nuovo CCNL prevede un aumento strutturale di 100 euro lordi mensili sul livello medio BS, suddiviso in tre anni: 40 € dal 1° gennaio 2026 30 € dal 1° gennaio 2027 15 € dal 1° gennaio 2028 15 € da settembre 2028 A questo si aggiungono 135,75 € lordi per il recupero del costo della vita 2021–2025 e una rivalutazione annuale dei minimi al 90% dell’inflazione ISTAT. Viene introdotto anche un bonus formazione di 30 € (in precedenza 11 €) per chi possiede la certificazione UNI 11766:2019 rilasciata da Ebincolf. Sul fronte delle tutele, è previsto un congedo di maternità facoltativo di 4 mesi non retribuito e permessi aggiuntivi non retribuiti per l’assistenza a familiari con disabilità, in assenza di applicazione della Legge 104 al settore domestico. L’impatto sui costi per le famiglie è stato mitigato con una gradualità triennale, per garantire sostenibilità economica senza compromettere il riconoscimento della dignità del lavoro domestico.

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Oltre il contratto collettivo: la Cassazione riscrive il ruolo del giudice nella tutela della retribuzione dignitosa

La Corte di Cassazione, con le sentenze nn. 28230/2023 e 27711/2023, ha stabilito che nessun contratto collettivo nazionale (CCNL) può derogare all’articolo 36 della Costituzione, che garantisce al lavoratore una retribuzione sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Il giudice non è più vincolato in modo assoluto al CCNL applicato in azienda: se lo stipendio risulta insufficiente, può disapplicare parzialmente il contratto e ricalcolare la paga usando altri parametri – come un CCNL diverso, la soglia ISTAT di povertà o persino gli ammortizzatori sociali. Una svolta che riguarda cooperative, Terzo Settore e, in particolare, i contratti pubblici, aprendo la strada a un nuovo contenzioso fondato sulla dignità del lavoro più che sulla forma del contratto.

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Quando il datore di lavoro è costretto a licenziare: il diritto alla restituzione del ticket NASPI

Quando il licenziamento avviene per cause oggettive non imputabili al datore di lavoro — come l’inidoneità permanente del dipendente o la perdita di un requisito professionale essenziale — questi ha diritto alla restituzione del ticket NASPI, il contributo versato all’INPS per finanziare l’indennità di disoccupazione. La Corte di Cassazione (sentenze n. 12876/2021 e n. 23456/2022) ha chiarito che tale rimborso è riconosciuto solo in presenza di prove documentali che dimostrino l’assenza di volontà nel porre fine al rapporto. Si tratta di un principio di equità contributiva: chi non causa la disoccupazione non deve sostenerne il costo.

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Sistema previdenziale e sanitario in crisi: serve un intervento strutturale, non solo emergenziale

Il sistema previdenziale e sanitario italiano è sotto pressione crescente a causa dell’invecchiamento demografico, del calo delle nascite e dei vincoli di finanza pubblica. In questo scenario, si riaffaccia l’ipotesi di un prelievo straordinario e progressivo sui patrimoni oltre una certa soglia, non come patrimoniale generalizzata, ma come misura temporanea per ricapitalizzare il welfare. La proposta solleva interrogativi giuridici e sociali, ma è potenzialmente compatibile con i principi costituzionali di capacità contributiva e tutela dei diritti fondamentali, purché rispetti proporzionalità e non discriminazione. Tuttavia, come ribadito dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione, nessun intervento emergenziale può sostituire una riforma strutturale fondata su equità intergenerazionale, efficienza e sostenibilità.

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Permessi Legge 104, dal 2026 arriva la stretta: obbligatoria la verifica dei requisiti

Dal 2026, i permessi retribuiti previsti dall’articolo 33 della Legge 104/1992 saranno soggetti a una verifica periodica dei requisiti sanitari da parte dell’INPS. La misura mira a garantire che il beneficio sia riservato solo a chi effettivamente versa in condizioni di disabilità grave, in linea con la giurisprudenza della Cassazione, che ha più volte ribadito la necessità dell’attualità dello stato di gravità al momento dell’utilizzo del permesso (Cass. n. 17350/2021 e n. 8967/2019). La riforma non intende limitare i diritti legittimi, ma contrastare abusi e assicurare la sostenibilità del sistema.

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Legge 104 e Legge 106/2025: cosa cambia davvero dal 2026 per i lavoratori con disabilità?

Dal 1° gennaio 2026 entra in vigore la Legge 106/2025, che affianca la storica Legge 104/1992 introducendo nuove tutele per i lavoratori con disabilità o affetti da patologie gravi. Tra le principali novità: 10 ore annue aggiuntive di permesso retribuito per visite e terapie, un congedo fino a 24 mesi non retribuito (con conservazione del posto di lavoro ma senza accredito contributivo), e il diritto prioritario allo smart working, se compatibile con la mansione e in assenza di “esigenze organizzative contrarie”. Per la prima volta, anche i lavoratori autonomi potranno sospendere l’attività fino a 300 giorni in caso di malattia grave, mantenendo attiva la posizione previdenziale. Nonostante i passi avanti, la mancata retribuzione del congedo lungo e l’ampia discrezionalità riconosciuta ai datori di lavoro rischiano di limitare l’effettività di queste nuove tutele.

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Lavoratori fragili e la Legge 106/2025: diritti sulla carta, ma senza sostegno economico.

La Legge 106 del 18 luglio 2025 introduce nuove tutele per i lavoratori fragili – persone con invalidità ≥74% o affette da patologie oncologiche o croniche – a partire dal 1° gennaio 2026. Tra le novità: 10 ore aggiuntive all’anno di permessi retribuiti e un congedo straordinario fino a 24 mesi per curarsi, con conservazione del posto di lavoro. Tuttavia, il congedo non è retribuito, non matura anzianità né contribuzione previdenziale (salvo versamento volontario), rendendo il diritto inaccessibile per chi non ha risorse economiche. Lo smart working al rientro è previsto “in via prioritaria”, ma subordinato alle esigenze organizzative dell’azienda, lasciando ampio spazio alla discrezionalità datoriale. Unica nota positiva: per la prima volta, anche i lavoratori autonomi potranno sospendere l’attività fino a 300 giorni mantenendo la posizione previdenziale. La legge, pur riconoscendo formalmente i bisogni dei lavoratori fragili, rischia di offrire tutele solo sulla carta, senza sostegno economico concreto.

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Congedo per Partite IVA e Professionisti: la Legge 106 apre una nuova era di tutele

La Legge 106, in vigore dal 1° gennaio 2026, introduce per la prima volta un congedo speciale per partite IVA e professionisti: «La “Legge 106” prevede che, a partire dal 2026, professionisti e lavoratori autonomi potranno sospendere l’attività per un massimo di 300 giorni all’anno». La norma estende alcune tutele della Legge 104 anche ai lavoratori autonomi che svolgono attività continuativa per un committente, garantendo il mantenimento della posizione previdenziale durante la sospensione. Per i dipendenti, invece, è previsto un congedo fino a 24 mesi con conservazione del posto, ma «durante questo congedo, il lavoratore non riceverà alcuna retribuzione, né contributi, né Tfr».

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Cessione di ramo d’azienda e criteri di selezione del personale: la Corte d’Appello ribadisce i limiti del diritto all’assunzione da parte della società subentrante.

La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 181 del Ruolo Generale Affari Contenziosi del 2022, ha rigettato il ricorso di un lavoratore escluso dalla lista di assunzione nell’ambito di una procedura di cessione di ramo d’azienda ex articolo 47, comma 4‑bis, della legge n. 428/1990. Il lavoratore, assente per infortunio e successiva malattia dal 10 ottobre 2018 al 2 settembre 2019, non aveva svolto alcuna attività lavorativa nel periodo di riferimento stabilito dall’accordo sindacale (1° gennaio – 31 luglio 2019), nel quale era richiesto lo “svolgimento effettivo della mansione prevalente” per l’inserimento nelle liste di trasferimento. La Corte ha confermato che l’esclusione non derivava da un’omissione nella trasmissione degli elenchi né da un comportamento discriminatorio, bensì dall’assenza del requisito oggettivo previsto dall’accordo collettivo, legittimamente concordato tra cedente, cessionarie e rappresentanze sindacali. È stato altresì escluso il diritto al riconoscimento dell’indennità di trasporto, poiché legata esclusivamente allo svolgimento di attività specifiche presso il “reparto Saratoga” e cessante in caso di trasferimento ad altra sede o mansione. Infine, la domanda risarcitoria ex articolo 2043 del codice civile è stata rigettata: la mancata assunzione non costituiva illecito, ma conseguenza diretta dell’assenza del presupposto sostanziale richiesto, e le pretese retributive relative al periodo successivo alla dichiarazione di insolvenza della società risultavano infondate. La Corte ha quindi rigettato l’appello e compensato le spese tra le parti costituite.

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Mancato rinnovo del contratto a termine e tutela risarcitoria: i limiti della “perdita di chance” alla luce della sentenza della Corte d’Appello di Roma n. 251/2025

La Corte d’Appello di Roma ha riformato la sentenza di primo grado che aveva condannato il datore di lavoro al risarcimento di tre mensilità per “perdita di chance” di stabilizzazione del rapporto, ritenendo che il mancato rinnovo di un contratto a termine non lede alcun diritto soggettivo del lavoratore, ma frustra al più una mera aspettativa di fatto, priva di rilevanza giuridica. Richiamando la giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. Un., n. 36197/2023; Sez. L., n. 11622/2024), il Collegio ha precisato che la trasformazione del rapporto a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato non costituisce un interesse giuridicamente protetto, e che neppure la figura del danno da “perdita di chance” è applicabile in assenza di una seria e apprezzabile probabilità di conseguire un bene della vita tutelato dall’ordinamento. Inoltre, la Corte ha evidenziato la mancanza di prova specifica del danno, essendo la domanda risarcitoria formulata in termini generici (“risarcimento di tutti i danni subiti e subendi”), e ha ritenuto irrilevanti le motivazioni sottese alla decisione datoriale di non rinnovare il contratto, in quanto la scelta di non prorogare un rapporto a termine è legittima per sua natura, salvo la prova di un illecito autonomo (discriminatorio o ritorsivo), che nel caso di specie non era emersa. Di conseguenza, le domande del lavoratore sono state interamente respinte, con condanna alle spese di entrambi i gradi.

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Errori in busta paga e inquadramento contrattuale: quando un dettaglio diventa una mina per l’azienda

Una busta paga sbagliata non è mai “solo un errore di calcolo”. Può nascondere un inquadramento contrattuale non conforme alle mansioni effettivamente svolte, con conseguenze legali ed economiche che si accumulano nel tempo — fino a dieci anni per le ferie non godute, cinque per le differenze retributive. Ma il vero punto di svolta arriva dalla giurisprudenza recente: con l’ordinanza n. 11771/2025, la Corte di Cassazione ha chiarito che il superminimo non è automaticamente assorbibile nel passaggio di livello, a meno che la clausola contrattuale non lo preveda espressamente. Questo perché la progressione legata alle mansioni e all’anzianità di servizio non equivale a un semplice aumento dei minimi tabellari. Per imprese e professionisti, la lezione è chiara: la precisione contrattuale oggi è l’unica vera forma di protezione domani.

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