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Cessione di ramo d’azienda, “newco” e licenziamenti: quando l’autonomia è solo una finzione giuridica?

La cessione di un ramo d’azienda a una newco costituita con capitale irrisorio — spesso appena 10 euro — e priva di autonomia organizzativa, mezzi funzionali, clienti o capacità decisionale, non soddisfa i requisiti di legittimità richiesti dall’art. 2112 c.c.. Come chiarito dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 17201 del 26 giugno 2025, non sussiste trasferimento di ramo d’azienda quando l’attività della società cessionaria rimane «indissolubilmente legata» alla cedente, in una condizione di vera e propria dipendenza operativa. In tali casi, il ramo non è un’entità economica autonoma preesistente, ma un aggregato di lavoratori privo di know-how e capacità imprenditoriale, con la conseguenza che il trasferimento è inefficace e i rapporti di lavoro permane in capo al cedente.

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Il lavoratore con limiti medici che svolge un’altra attività: quando il licenziamento regge davvero in tribunale?

l licenziamento di un lavoratore con limiti medici che svolge un’altra attività non è mai automaticamente legittimo. La Corte di Cassazione ricorda che «la limitazione dell’idoneità al lavoro non comporta, di per sé, l’assoluta impossibilità di svolgere qualsiasi altra attività lavorativa» (Sentenza n. 22545 del 10 novembre 2017, Sez. Lavoro). Spetta al datore provare, in concreto, l’incompatibilità tra le mansioni esterne e lo stato di salute del dipendente — e aver prima escluso ogni possibilità di ricollocazione interna. Senza queste prove, il recesso rischia di essere dichiarato illegittimo.

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Il diritto di andare in bagno sul lavoro: un diritto fondamentale, non un privilegio

L’argomento riguarda il diritto del lavoratore a soddisfare le proprie esigenze fisiologiche durante l’orario di lavoro, riconosciuto come parte integrante della tutela della dignità personale e della sicurezza psicofisica sul posto di lavoro. La recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 12504/2025 ha ribadito che un datore di lavoro non può, né direttamente né per carenza organizzativa, impedire a un dipendente di andare in bagno in caso di urgenza — pena il risarcimento per danno non patrimoniale. La giurisprudenza chiarisce che il bisogno fisiologico “non può attendere” e che ogni azienda deve prevedere procedure efficaci per gestire queste situazioni, senza umiliare o esporre il lavoratore a condizioni degradanti.

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Detrazione per figlio maggiorenne: spetta ancora al 100% al genitore affidatario senza bisogno di nuovo accordo

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15224 del 7 giugno 2025, ha stabilito che la detrazione fiscale per i figli a carico spetta nella stessa misura anche dopo il compimento della maggiore età, senza che sia necessario un nuovo accordo tra i genitori. In particolare, se durante la minore età un genitore affidatario fruiva del 100% della detrazione, può continuare a farlo anche per il figlio maggiorenne, purché questi resti a carico fiscalmente. La decisione ribadisce il principio già espresso dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 15/E del 2007.

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Quando il controllo diventa persecuzione: la Cassazione frena i datori di lavoro invasivi e riafferma la dignità del lavoratore malato.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23578/2025, ha ribadito che il datore di lavoro non può ricorrere a controlli invasivi sulla vita privata di un dipendente assente per malattia se non esiste un fondato e concreto sospetto di illecito. L’uso di agenzie investigative per pedinare il lavoratore per 16 giorni — anche durante le festività, al di fuori delle fasce di reperibilità (10–12 e 17–19) e coinvolgendo familiari e terzi — è stato giudicato sproporzionato e illegittimo, violando i principi di proporzionalità, minimizzazione e rispetto della privacy (GDPR e art. 2 Cost.). Di conseguenza, il licenziamento basato su tali prove è nullo, poiché le stesse sono inutilizzabili in giudizio. La giurisprudenza chiarisce che il datore ha a disposizione strumenti legittimi (come la visita fiscale INPS) per verificare l’effettiva malattia: ricorrere a metodi eccessivi configura non solo un abuso di potere, ma potenzialmente un mobbing, sanzionabile ai sensi dell’art. 2087 c.c. e, in casi gravi, dell’art. 610-bis c.p. Il lavoratore può quindi difendersi in giudizio dimostrando l’assenza di un reale sospetto, l’ossessività del controllo e l’intento vessatorio, con documentazione, testimonianze e comunicazioni datoriali. La visita fiscale ripetuta non è di per sé illegittima, ma diventa tale se inserita in una strategia persecutoria, come confermato dal Tribunale di Teramo (sent. n. 248/2023).

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Subordinazione o autonomia? Il Tribunale di Roma decide “secondo equità”

La sentenza emessa il 3 novembre 2025 dal Tribunale di Roma in funzione di giudice del lavoro, affronta il delicato tema della qualificazione del rapporto di lavoro in assenza di regolarizzazione formale. Pur riconoscendo che la ricorrente ha effettivamente prestato attività lavorativa per la società resistente tra aprile e giugno 2024 – con mansioni di coordinamento, uso di strumenti aziendali e interazione costante con dipendenti e clienti – il giudice rileva l’impossibilità di accertare in modo certo gli elementi essenziali della subordinazione: durata esatta del rapporto, orario effettivo, inquadramento contrattuale e, soprattutto, compatibilità con la contemporanea percezione della NaSPi, incompatibile con lo status di lavoratore subordinato. In mancanza di prova rigorosa, il Tribunale decide secondo equità (art. 127‑ter c.p.c.), condannando la società al pagamento di € 2.000,00 lordi, pur senza riconoscere alcuna qualifica di subordinazione, nemmeno ai fini contributivi. Respinta anche la domanda riconvenzionale per la restituzione di computer e SIM aziendale, in quanto consegnati in un contesto di totale informalità e senza obblighi espliciti di riconsegna. La decisione riflette un equilibrio tra tutela del lavoro effettivamente svolto e rigore probatorio richiesto dalla giurisprudenza, evitando sia la sanzione automatica del datore che la qualificazione artificiosa del rapporto.

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La tredicesima 2025? Sarà come quella del 2023: pienamente tassata e senza bonus

La tredicesima del 2025 sarà pienamente tassata, identica a quella del 2023, senza alcuna forma di detassazione o bonus aggiuntivo. Nonostante le promesse di Forza Italia e le simulazioni che indicavano un possibile aumento netto tra 270 e 1.200 euro grazie a un’aliquota agevolata o all’esenzione Irpef, il governo ha rinunciato a questa misura per evitare un costo stimato di 15 miliardi in una manovra già impegnata su Irpef, sanità e sostegno alle famiglie. Il ministro Giorgetti ha preferito mantenere i conti pubblici sotto controllo, evitando interventi “spot” non finanziabili — una scelta che rassicura Bruxelles ma delude lavoratori e pensionati. Anche il bonus da 100 euro per i redditi medio-bassi, introdotto nel 2024, non verrà rinnovato. Di conseguenza, la tredicesima rimarrà una mensilità aggiuntiva soggetta a Irpef e contributi previdenziali (9,19%), senza benefici delle detrazioni già utilizzate durante l’anno. Per un lavoratore con stipendio lordo di 1.700 euro, il netto sarà di circa 1.400 euro — esattamente come lo scorso Natale. Al momento, non sono previsti cambiamenti, anche se in Parlamento potrebbero emergere emendamenti legati all’“adeguamento salariale”. Per ora, però, niente sorprese: la tredicesima 2025 arriva con un mese d’anticipo… e con la stessa delusione di sempre.

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Stipendi più trasparenti, ma non potrai sapere quanto guadagna il tuo collega

Dal 2026, grazie alla direttiva UE 2023/970, i lavoratori in Italia avranno il diritto di richiedere informazioni sulle retribuzioni medie delle persone che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, suddivise per genere. L’obiettivo è contrastare il gender pay gap e rendere più equo il mercato del lavoro. Tuttavia, non sarà possibile conoscere lo stipendio esatto del proprio collega: i dati saranno forniti in forma aggregata e anonima, proprio per tutelare la privacy individuale. La trasparenza serve a individuare discriminazioni, non a soddisfare curiosità.

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Quando l’appalto nasconde un datore di lavoro occulto: il confine sottile tra outsourcing legittimo e interposizione illecita di manodopera

n un recente ricorso in appello, una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato diretto con una grande azienda logistica, nonostante fosse formalmente assunta da una società terza. Pur indossando la divisa del committente, utilizzando strumenti tecnologici intestati a quest’ultimo e ricevendo ordini operativi quotidiani dai suoi dipendenti, il Tribunale di primo grado aveva escluso qualsiasi forma di interposizione illecita. L’appello, tuttavia, richiama la giurisprudenza della Corte di Cassazione — in particolare l’ordinanza n. 3768/2022 — secondo cui, negli appalti “labour intensive”, la legittimità richiede un’autonoma organizzazione del lavoro, un reale potere direttivo dell’appaltatore e l’assunzione del rischio d’impresa: elementi del tutto assenti nel caso di specie.

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Quando il potere disciplinare diventa persecuzione: il confine tra legittima gestione aziendale e mobbing organizzativo

Il ricorso riguarda un caso di abuso del potere disciplinare e mobbing organizzativo ai danni di un lavoratore con oltre 30 anni di anzianità, inquadrato come Capo Reparto di 2° livello nel settore della grande distribuzione. A partire dal 2022, in seguito all’arrivo di un nuovo direttore, il lavoratore — riconosciuto come caregiver ai sensi della legge 104/1992 — è stato sottoposto a una serie reiterata di contestazioni disciplinari infondate o sproporzionate, spesso relative a irregolarità minime (es. prodotti scaduti di 1-2 giorni, esposizione di mozzarelle a temperatura ambiente, errori di etichettatura), tollerate fino a quel momento e mai sanzionate per altri colleghi. Nonostante il riconoscimento dello status di caregiver, l’azienda ha effettuato un trasferimento d’ufficio illegittimo (febbraio 2024), in violazione dell’art. 33, comma 3, della legge 104/1992, e ha proseguito con una condotta vessatoria sistematica, aggravata da controlli mirati anche durante i permessi ex legge 104 e da provvedimenti disciplinari notificati in modo da impedire una difesa efficace.

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Legge 106/2025 e riforma dei caregiver: un passo avanti, ma ancora troppo poco per chi cura

La Legge 106/2025, in vigore dal 1° gennaio 2026, segna una svolta storica: per la prima volta, anche lavoratori autonomi e professionisti potranno beneficiare di un congedo per malattia fino a 300 giorni all’anno, con mantenimento della posizione previdenziale attiva. Si tratta di un riconoscimento fondamentale per una categoria finora esclusa da ogni forma di tutela in caso di patologie gravi, come quelle oncologiche o invalidanti. Tuttavia, il diritto è limitato a chi svolge attività in via continuativa per un unico committente, lasciando fuori molti liberi professionisti con clientela frammentata. Per i dipendenti, la legge introduce 10 ore aggiuntive annue di permessi retribuiti – oltre ai canonici 3 giorni mensili della Legge 104 – e un congedo fino a 24 mesi con garanzia del posto di lavoro, ma senza retribuzione né contribuzione. Una tutela “a metà”, che salva l’occupazione ma non il reddito. Viene inoltre riconosciuta una priorità allo smart working per chi fruisce del congedo, sebbene questa misura rischi di scontrarsi con le rigidità organizzative aziendali. Parallelamente, la Legge di Bilancio 2026 istituisce un Fondo caregiver con una dotazione di soli 1,15 milioni di euro per il 2026, salvo salire a 207 milioni annui dal 2027. Le associazioni (Fish, Genitori Tosti, Confad) denunciano con forza lo stanziamento iniziale come “irrisorio” e “una presa in giro”, ricordando che nel 2024 il precedente fondo da 30 milioni era stato soppresso. I caregiver familiari – stimati in quasi 8 milioni, perlopiù donne over 40 – assistono 24/7 familiari non autosufficienti, spesso rinunciando al lavoro e vivendo in condizioni di grave stress e rischio di impoverimento. Nonostante un Tavolo tecnico governativo abbia lavorato per un anno e mezzo su una legge quadro nazionale, manca ancora l’approvazione formale del disegno di legge in Consiglio dei Ministri. Senza una cornice normativa uniforme, gli interventi restano disomogenei tra le Regioni, e il riconoscimento del caregiver rimane sulla carta. In sintesi: la Legge 106 è un progresso concreto, ma la riforma dei caregiver rischia di fallire se non accompagnata da risorse adeguate, indennità economica e tutele previdenziali strutturali. Il welfare non può continuare a poggiare sulle spalle di chi cura in silenzio.

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Accompagnamento e assistenza: la Corte di Cassazione ridefinisce il concetto di “invalidità” includendo il rischio di caduta

La Corte di Cassazione ha ridefinito in modo innovativo il concetto di “impossibilità di deambulare” ai fini del riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, prevista dalla legge 11 febbraio 1980, n. 18. Con sentenze recenti – tra cui la n. 25033 del 2023 – la Suprema Corte ha affermato che il rischio concreto e grave di caduta, anche in presenza di una capacità residua di camminare, deve essere considerato equivalente all’immobilità. Questo orientamento segna una svolta giurisprudenziale significativa, spostando l’attenzione dalla mera capacità motoria alla sicurezza funzionale del soggetto. L’articolo analizza le implicazioni legali, mediche e sociali di questa evoluzione, offrendo indicazioni utili a cittadini, professionisti sanitari e operatori del diritto per richiedere e valutare correttamente il diritto all’accompagnamento in casi di instabilità posturale grave.

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