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Demansionamento, danno morale e danno alla professionalità.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 20593/2024 del 1° ottobre 2025, ha riformato la sentenza della Corte d’Appello di Brescia per aver liquidato in modo unitario il danno patrimoniale alla professionalità e il danno morale conseguenti a un demansionamento. La Suprema Corte ha ribadito che il danno morale — inteso come sofferenza interiore non riconducibile a lesioni psico-fisiche — va sempre liquidato in modo autonomo rispetto al danno patrimoniale e a quello biologico. Inoltre, ha rilevato che la stessa Corte d’Appello aveva accertato un pregiudizio relazionale (avendo i colleghi percepito come dequalificante l’assegnazione a mansioni di cassiere), ma non ne aveva disposto il risarcimento. Pertanto, ha cassato la sentenza impugnata e rinviato alla Corte d’Appello di Brescia, in diversa composizione, per una corretta e distinta liquidazione delle diverse componenti del danno non patrimoniale.

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Licenziamento e azione risarcitoria per mobbing: la Corte di Cassazione sul rapporto tra decadenza, prescrizione e autosufficienza del ricorso.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 15329/2023, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore che aveva proposto domanda risarcitoria per mobbing connessa a un licenziamento intimato nel 2005, depositando il ricorso giudiziale soltanto nel 2017. Pur riconoscendo che l’azione risarcitoria fondata su una condotta autonoma di mobbing — diversa dall’impugnazione del licenziamento — è soggetta al termine prescrizionale decennale ex art. 2946 c.c., la Corte ha rilevato il difetto di autosufficienza del ricorso: il ricorrente, infatti, non ha trascritto né riassunto l’atto introduttivo del giudizio, impedendo al giudice di legittimità di verificare se fosse stata effettivamente proposta una domanda autonoma ex art. 2087 c.c., ovvero se il danno fosse stato invocato come conseguenza esclusiva del licenziamento o di una più ampia condotta illecita datoriale.

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Licenziamento immediato per stalking e violenza domestica: un’evoluzione giurisprudenziale tra tutela della vittima e sanzione del reato.

Il licenziamento per giusta causa è legittimo – e ormai considerato inevitabile dalla giurisprudenza – quando un lavoratore commette reati di stalking (art. 612-bis c.p.) o violenza domestica, anche al di fuori dell’ambiente lavorativo. La Corte di Cassazione (ordinanza n. 13720/2023) ha chiarito che tali condotte, per la loro gravità e lesività dei valori di rispetto e integrità, compromettono irrimediabilmente il rapporto di fiducia sotteso al contratto di lavoro, giustificando la risoluzione immediata del rapporto senza preavviso.

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Superamento del periodo di comporto e disabilità: la Corte d’Appello di Roma conferma la nullità del licenziamento per discriminazione indiretta.

Un lavoratore con invalidità del 34% e patologie croniche alla colonna vertebrale è stato licenziato per aver superato il periodo di comporto (245 giorni di assenza su un limite contrattuale di 240). La Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 3892/2025, ha dichiarato nullo il licenziamento, ritenendo che l’applicazione meccanica del periodo di comporto – senza valutare accomodamenti ragionevoli né la correlazione tra le assenze e la disabilità – costituisca discriminazione indiretta ai sensi del d.lgs. 216/2003 e della direttiva UE 2000/78/CE. La Corte ha ribadito che la tutela antidiscriminatoria non dipende dal riconoscimento della “gravità” ex legge 104/1992, ma dalla presenza di una limitazione duratura che ostacoli la partecipazione effettiva al lavoro.

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Tra flessibilità e precarietà: il labirinto normativo dei contratti a termine, somministrazione e stagionalità dopo il Collegato Lavoro 2024–2025

Il Collegato Lavoro 2024-2025 ha introdotto una riforma significativa dei contratti a termine, della somministrazione e del lavoro stagionale, modificando profondamente le regole e ampliando la flessibilità per le imprese. Tra le principali novità, spiccano la rimozione del limite dei 24 mesi e dell’obbligo di causale per i contratti stagionali, oltre all’estensione della definizione di “stagionalità” che ora include anche le “intensificazioni produttive” riconosciute dai contratti collettivi. Inoltre, sono state introdotte deroghe al contingentamento del 30% per categorie di lavoratori svantaggiati, disoccupati da più di sei mesi e somministrati assunti a tempo indeterminato dall’agenzia. Da rilevare anche l’eliminazione anticipata della deroga sui 24 mesi per le missioni in somministrazione, prevista oltre il 30 giugno 2025. Queste misure, da un lato, semplificano l'accesso al lavoro flessibile e offrono maggiore libertà alle imprese; tuttavia, dall'altro, sollevano interrogativi sulla stabilità lavorativa, rischiando di consolidare forme di precarietà strutturale. Tale scenario potrebbe generare criticità rispetto all'applicazione della direttiva europea sui contratti a termine (1999/70/CE), che mira a garantire un equilibrio tra flessibilità e sicurezza nel mondo del lavoro.

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Oltre il mobbing: la sottostima giuridica dello straining e le nuove frontiere del danno esistenziale.

Lo straining è una forma subdola ma gravissima di disagio lavorativo, spesso confusa con il mobbing o con lo stress ordinario. A differenza del mobbing, non richiede azioni vessatorie ripetute nel tempo: basta un atto isolato ma intenzionale e discriminatorio — come un demansionamento, un trasferimento punitivo o l’isolamento professionale — a produrre effetti negativi costanti e permanenti sulla salute psicofisica, sulla carriera e sulla qualità della vita del lavoratore. La giurisprudenza più recente, in particolare la Cassazione con l’ordinanza n. 31367/2025, ha chiarito che non serve dimostrare un intento persecutorio sistematico: la violazione dell’art. 2087 c.c. scatta già quando l’azienda tollera, anche per negligenza, un ambiente stressogeno che ledi la dignità e la salute del dipendente. Lo straining, dunque, non è un “mobbing minore”, ma una figura autonoma di danno, con specifiche implicazioni peritali, risarcitorie e preventive — finora sottovalutata, ma oggi sempre più riconosciuta dalle Corti.

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Il salario minimo tra art. 36 Cost. e la svolta della legge delega n. 144/2025: verso una nuova architettura della tutela salariale.

La legge delega n. 144/2025 segna una svolta storica nel sistema retributivo italiano: anziché introdurre un salario minimo orario legale, rafforza il ruolo dei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) maggiormente applicati come parametro vincolante per garantire una retribuzione proporzionata e sufficiente, in attuazione dell’art. 36 della Costituzione. Parallelamente, la sentenza n. 188/2025 della Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili i ricorsi del Governo contro la legge regionale pugliese che fissava un minimo di 9 euro orari negli appalti, aprendo la strada a un confronto istituzionale ancora in corso tra autonomia regionale, competenze statali e diritti dei lavoratori.

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Assegno di Incollocabilità dal 2026: continuità assistenziale per i titolari di rendita INAIL oltre i 67 anni.

Dal 1° gennaio 2026, l’assegno di incollocabilità INAIL sarà erogato fino ai 67 anni, in linea con l’età pensionabile. La misura, confermata dalla circolare INAIL n. 55/2025 e dal decreto-legge n. 159/2025, garantisce continuità assistenziale ai lavoratori con invalidità da infortunio o malattia professionale che non possono essere reinseriti in alcun contesto lavorativo, evitando brusche interruzioni del reddito proprio nella fase di transizione alla pensione.

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L’obbligo di istituire canali interni di whistleblowing: analisi delle Linee Guida ANAC n. 1/2025 alla luce del d.lgs. 24/2023 e della giurisprudenza.

Le Linee Guida ANAC n. 1/2025, adottate il 12 dicembre 2025, forniscono indicazioni vincolanti per l’istituzione e la gestione dei canali interni di whistleblowing, in attuazione del d.lgs. 24/2023 che ha recepito la Direttiva UE 2019/1937. L’obbligo riguarda tutte le pubbliche amministrazioni e i soggetti privati con almeno 50 dipendenti o fatturato superiore a 10 milioni di euro. Il canale deve garantire accessibilità, riservatezza e indipendenza nella gestione, con riscontro entro 7 giorni e indagini entro 3 mesi. La giurisprudenza della Cassazione (sentt. n. 13912/2021 e n. 25678/2022) tutela il segnalante che agisce in buona fede, anche in assenza di prova certa dell’illecito. Il mancato adeguamento espone a sanzioni fino a 50.000 euro e compromette l’efficacia del Modello 231.

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Licenziamento per giusta causa anche fuori dall’orario di lavoro: la violenza fisica rompe il patto di fiducia.

Anche fuori dall’orario o dalla sede di lavoro, un’aggressione fisica tra colleghi può giustificare il licenziamento per giusta causa. Secondo le sentenze della Corte d’Appello di Milano (n. 853/2025) e del Tribunale di Teramo (n. 688/2025), è la violenza fisica—non gli insulti o i moventi personali—a rompere irrimediabilmente il vincolo di fiducia con il datore, soprattutto se la condotta dimostra indifferenza verso gli interessi aziendali e il regolare svolgimento del lavoro.

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Il lavoro subordinato nascosto: come la Cassazione smonta il “finto autonomo” con 7 indizi che i giudici non possono ignorare.

Il lavoro è davvero subordinato quando, al di là della forma contrattuale, il lavoratore è inserito stabilmente nell’organizzazione aziendale e assoggettato al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro. Elementi decisivi — come ribadito dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 25114/2025 — sono: l’obbligo di osservare un orario preciso, la giustificazione di assenze, l’uso di strumenti aziendali, il controllo continuo sull’attività, l’imposizione di compiti non previsti nel contratto (es. attività “inbound” in un call center), e l’assenza di autonomia nella gestione del lavoro. La prova testimoniale può essere sufficiente a dimostrare questi fatti, e la mancata contestazione specifica dei conteggi retributivi da parte del datore determina la loro ammissione automatica (art. 115 c.p.c.). Inoltre, in caso di appalto illecito — anche in assenza di contratto formale — il committente è obbligato in solido al pagamento dei crediti retributivi (Trib. Roma, 6 gennaio 2025). La giurisprudenza è chiara: prevale sempre la realtà fattuale sulla qualificazione formale del rapporto.

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Superato il termine per il licenziamento disciplinare: La Corte di Cassazione chiarisce quando scatta la tutela reale e quando invece opera solo quella indennitaria.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19381/2023 del 27 ottobre 2025, ha esaminato il caso di un licenziamento disciplinare intimato oltre il termine di 30 giorni previsto dall’art. 51, lett. a), del CCNL dell’industria della carta e del cartone. Il datore di lavoro aveva comunicato una proroga del termine, successivamente ritenuta illegittima in quanto non sussisteva un’istruttoria particolarmente complessa. La Corte ha chiarito che, nonostante il ritardo, la mera comunicazione della proroga – ancorché illegittima – esclude la formazione di un affidamento da parte del lavoratore sulla mancata adozione di sanzioni disciplinari. Pertanto, non si applica la tutela reale ex art. 18, comma 4, dello Statuto dei Lavoratori, ma opera la tutela indennitaria ex comma 5, in ragione del difetto di proporzionalità della sanzione. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso incidentale della società, riconoscendo il diritto alla restituzione delle somme pagate in esecuzione della sentenza di primo grado, successivamente riformata in appello, in quanto l’obbligo restitutorio sorge ex tunc dalla riforma della sentenza, a prescindere dalla buona o mala fede delle parti. La causa è stata rinviata alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, per il calcolo della restituzione.

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