Call center bancari in outsourcing: il buco normativo che costa migliaia di euro ai lavoratori.
Il settore dell'outsourcing bancario, segnatamente nelle filiere di gestione carte di credito, sistemi POS e prevenzione frodi, presenta una criticità giuridica ed economica rilevante. Nonostante le mansioni svolte dagli operatori dei call center in appalto siano funzionalmente sovrapponibili a quelle del personale interno degli istituti di credito, si registra una sistematica applicazione di Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) appartenenti a settori merceologici diversi (es. Telecomunicazioni, Commercio), caratterizzati da minimi retributivi e tutele inferiori rispetto al CCNL Credito (ABI).Tale prassi si fonda su un'interpretazione estensiva dell'art. 2070 c.c., che permette all'appaltatore di scegliere il CCNL coerente con il proprio oggetto sociale, creando di fatto un vuoto normativo sfruttato per ridurre i costi del lavoro. Tuttavia, questa libertà contrattuale non è assoluta: essa incontra il limite costituzionale dell'art. 36, che impone una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto.L'azione legale o sindacale non mira dunque all'imposizione formale del CCNL ABI, bensì alla verifica della sufficienza della retribuzione percepita. Utilizzando il contratto bancario come parametro comparativo oggettivo, è possibile contestare la sproporzione tra le responsabilità finanziarie gestite (compliance, frodi, dati sensibili) e i minimi tabellari applicati, richiedendo un adeguamento economico a titolo di integrazione del minimo costituzionale.

