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L’uso improprio del “fatto notorio” nella qualificazione del rapporto di lavoro: l’orientamento della Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 4625/2025

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4625/2025, ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro che aveva ritenuto sussistente un rapporto di lavoro subordinato per undici “maschere” impiegate in un concerto, sulla base – tra l’altro – dell’affermazione secondo cui “è notorio” che tale attività richieda necessariamente una direzione datoriale. La Suprema Corte ha censurato tale uso improprio del “fatto notorio”, ricordando che la subordinazione non può essere desunta automaticamente dalla tipologia dell’attività svolta, ma deve essere provata in concreto, anche con elementi indiziari, nel rispetto del contraddittorio e del principio dispositivo.

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Il licenziamento fondato sul “test del carrello” è nullo (catena PAM).

Il Tribunale di Siena ha dichiarato nullo il licenziamento per giusta causa di un cassiere di 62 anni, assunto presso un supermercato della catena PAM, in quanto fondato su un cosiddetto “test del carrello” artificiosamente predisposto dall’azienda per indurre il lavoratore in errore. Il test, condotto senza preavviso e reiterato nonostante il superamento del primo, è stato utilizzato non a fini formativi ma come strumento disciplinare finalizzato al licenziamento.

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L’indennità di accompagnamento: la “supervisione continua” equivale all’“aiuto permanente” ai fini della legge n. 18/1980

La Corte di Cassazione, con ordinanza del 16 settembre 2025 (n. 11373/2022 R.G.), ha chiarito che la “supervisione continua” durante la deambulazione integra il requisito normativo previsto dall’art. 1 della legge n. 18/1980 per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. Secondo i giudici, tale forma di assistenza — pur non implicando un sostegno fisico diretto — è sufficiente a dimostrare l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, poiché la supervisione presuppone l’assenza di autonomia e una necessità continuativa, non episodica.

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Demansionamento, trasferimento e risarcimento del danno non patrimoniale: i chiarimenti della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32359 del 11 dicembre 2025, ha chiarito che demansionamento e trasferimento, pur non integrando automaticamente mobbing, possono comunque dare luogo a un autonomo risarcimento del danno morale ed esistenziale se violano l’art. 2103 c.c. e arrecano un pregiudizio effettivo e provato alla sfera personale del lavoratore.

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Il giudice inventa le leggi: quando l’IA sostituisce il diritto.

Un giudice del Tribunale di Catania ha emesso una sentenza basata su norme e sentenze inventate da un sistema di intelligenza artificiale – tra cui un inesistente art. 1469-bis del Codice civile e una falsa pronuncia della Cassazione. Il provvedimento, annullato in appello, viola il principio di legalità (art. 25 Cost.) e il dovere di motivazione autonoma, attirando un procedimento disciplinare del CSM e sollevando gravi profili di responsabilità deontologica e penale.

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Trasferimento d’ufficio del lavoratore: quando è legittimo e quando puoi rifiutarlo senza perdere il posto.

Il trasferimento del lavoratore in altra sede non è mai un atto discrezionale assoluto del datore di lavoro. L’articolo 2103 del Codice Civile richiede il consenso del dipendente quando lo spostamento comporta un “mutamento sostanziale delle condizioni di lavoro”. La giurisprudenza della Corte di Cassazione – in particolare con le sentenze n. 19147/2022 e n. 10507/2019 – ha chiarito che, in assenza di comprovate esigenze tecniche, organizzative o produttive, il trasferimento può costituire un illecito contrattuale, rendendo legittimo il rifiuto del lavoratore senza alcuna conseguenza disciplinare.

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Dimissioni nel periodo protetto e indennità sostitutiva del preavviso: quando viene meno il diritto all’indennizzo?

L’indennità sostitutiva del preavviso, prevista dall’articolo 55 del D.Lgs. 151/2001 per i genitori che si dimettono entro il primo anno di vita del figlio, non spetta quando le dimissioni sono preordinate a una riassunzione immediata presso lo stesso datore di lavoro pubblico. Come chiarito dal parere DFP-0070797-P del 18 ottobre 2024, la tutela normativa ha finalità assistenziale e non può trasformarsi in un vantaggio economico ingiustificato in assenza di reale disagio lavorativo.

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La legittimità della sospensione della retribuzione in caso di rifiuto del lavoratore a eseguire la prestazione dovuta.

Nel rapporto di lavoro subordinato, caratterizzato dalla sinallagmaticità delle prestazioni, il datore di lavoro può legittimamente sospendere la retribuzione qualora il lavoratore, pur messo in condizione di prestare servizio, rifiuti senza giustificato motivo di eseguire la propria obbligazione. Tale condotta rientra nell’ambito dell’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., applicabile anche ai contratti di lavoro, come confermato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione (Cass. n. 18462/2014 e n. 17353/2012). Tuttavia, la sospensione è ammissibile solo se l’inadempimento non è imputabile al datore stesso, poiché in tal caso si configurerebbe la mora accipiendi ex art. 1206 c.c., con conseguente obbligo di pagamento della retribuzione.

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Il Tribunale di Busto Arsizio condanna la condotta discriminatoria del datore per mancata adibizione allo smart working.

La sentenza del Tribunale di Busto Arsizio del 7 gennaio 2026 (n. 2/2024 R.G.L.) riconosce che il mancato adibimento al lavoro agile di un lavoratore affetto da patologia oncologica, nonostante la certificazione di fragilità sanitaria notificata dal 7 luglio 2021, configura una condotta discriminatoria e lesiva dell’obbligo di sicurezza ex art. 2087 c.c. Il datore di lavoro è stato condannato al risarcimento del danno non patrimoniale per €20.175,00 e alla regolarizzazione retributiva per i periodi di malattia erroneamente inclusi nel periodo di comporto, in violazione delle tutele previste dal CCNL e dalla normativa vigente a favore dei lavoratori fragili.

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Pensione di vecchiaia e impugnazione del licenziamento: la Cassazione torna a interrogarsi sul “comportamento concludente”.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9284 del 8 aprile 2025, ha riaffermato che il conseguimento della pensione di vecchiaia prima dell’impugnazione del licenziamento può costituire un comportamento concludente idoneo a risolvere tacitamente il rapporto di lavoro, escludendo così il diritto alla reintegrazione e al risarcimento per il periodo successivo. Tuttavia, la pronuncia solleva criticità: da un lato, la massima ufficiale sembra preservare la possibilità di impugnare il licenziamento salvo casi eccezionali; dall’altro, il testo integrale dell’ordinanza equipara quasi automaticamente la richiesta di pensione di vecchiaia – se anteriore all’instaurazione del giudizio – ad acquiescenza al licenziamento. Tale impostazione, in contrasto con l’autonomia del rapporto previdenziale rispetto a quello di lavoro, riporta alla mente orientamenti superati dagli anni ’70, quando atti strumentali come la riscossione dell’indennità di fine rapporto venivano considerati rinuncia implicita ai diritti. Al contrario, il conseguimento della pensione d’anzianità (o anticipata) non ostacola la reintegrazione, poiché l’incompatibilità con il reddito da lavoro si limita alla sospensione del trattamento pensionistico, senza incidere sulla validità del rapporto.

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Il diritto al riposo non è un optional: quando la sua violazione genera danno risarcibile per usura psicofisica.

Il mancato godimento del riposo settimanale, se sistematico e protratto nel tempo, configura una violazione dell’art. 36, comma 3, della Costituzione italiana — che riconosce il riposo come diritto irrinunciabile — e dell’art. 2087 del Codice civile, che impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore. La giurisprudenza, in particolare l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con sentenza n. 7/2013, ha chiarito che tale condotta può generare un danno non patrimoniale risarcibile, qualificabile come “usura psicofisica”, inteso quale pregiudizio oggettivo alla vita di relazione e all’equilibrio esistenziale del lavoratore. Tale danno non è in re ipsa, ma può essere provato anche mediante presunzioni semplici, purché siano allegati fatti noti gravi, precisi e concordanti (ad esempio, prestazione continuativa per anni anche nei giorni di riposo senza compensazione). Inoltre, la richiesta di risarcimento è soggetta alla prescrizione decennale ex art. 2946 c.c., poiché si tratta di un danno da inadempimento contrattuale e non di un credito retributivo periodico.

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La riforma del rientro post-congedo parentale nella Legge di Bilancio 2026: affiancamento, sgravi e nuove tutele per genitori e imprese.

Con la Legge di Bilancio 2026, il rientro al lavoro dopo il congedo parentale non è più un “salto nel vuoto”. Grazie all’introduzione del comma 2-bis all’articolo 4 del d.lgs. 151/2001, il datore di lavoro può ora prorogare il contratto del sostituto affinché affianchi il genitore rientrante fino al compimento del primo anno di vita del bambino (o entro un anno dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento). Questa “flessibilità in entrata” mira a ridurre il cosiddetto maternity gap, garantire continuità aziendale e facilitare un passaggio di consegne graduale – sostenuta da uno sgravio contributivo del 50% per le imprese con meno di 20 dipendenti.

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