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Sentenza Corte di Appello di Roma n. 2346/2025 (RG n. 3887/2021): Demansionamento, Onere Probatorio e Natura Retributiva dei Fringe Benefits nel Settore Bancario

La Corte, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha accertato il demansionamento dal 1° novembre 2010 al 31 dicembre 2021 e condannato la società al pagamento di € 646.981,26 a titolo di risarcimento del danno alla professionalità, liquidato in via equitativa applicando una percentuale variabile (50%-100%) della retribuzione mensile per ciascun mese di illegittima dequalificazione. Sono state invece respinte le domande di risarcimento del danno biologico e del danno da perdita del benefit foresteria, per carenza probatoria del nesso causale e per la natura non retributiva del beneficio.

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Mobbing e Responsabilità del Dirigente Sanitario: Analisi della Sentenza Cass. Sez. Lav. n. 3103/2026

La sentenza n. 3103/2026 della Corte di Cassazione affronta un profilo di particolare rilevanza in materia di responsabilità civile nell'ambito dei rapporti di lavoro pubblico: l'autonomia della responsabilità del dirigente per condotte mobbizzanti, nell'ipotesi in cui sia stata giudizialmente esclusa la responsabilità dell'ente datore di lavoro. Il caso concerne le condotte persecutorie poste in essere da una Dirigente Medico nei confronti di un medico psichiatra sottoposto, concretizzatesi in un progressivo esautoramento dalle funzioni assistenziali tipiche. Il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte stabilisce che, qualora le condotte vessatorie siano frutto di un intento persecutorio strettamente personale ed egoistico, assolutamente estraneo alle finalità istituzionali dell'Amministrazione e non riconducibili a legittime esigenze organizzative, cessa il rapporto di immedesimazione organica. Conseguentemente, pur in assenza di responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c., permane la responsabilità extracontrattuale del dirigente autore materiale delle condotte ai sensi dell'art. 2043 c.c., configurandosi una ipotesi di illecito civile autonomo rispetto alla violazione degli obblighi di protezione datoriali.

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Trasformazione del rapporto da part-time a full-time e mansioni superiori: analisi della Sentenza n. 701/2026 del Tribunale di Catania

La sentenza in esame affronta due tematiche centrali nel contenzioso giuslavoristico: la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno e la progressione di livello per mansioni superiori. Nel dettaglio, il Giudice del Lavoro è chiamato a stabilire se il ricorso a prestazioni supplementari possa configurare una trasformazione ope factis del contratto originario e se la sola anzianità di servizio legittimi l'inquadramento in categorie contrattuali superiori. Il provvedimento ribadisce la necessità di dimostrare la stabilità e la sistematicità delle prestazioni aggiuntive e conferma l'onere a carico del lavoratore di provare le concrete competenze acquisite, oltre il mero decorso temporale

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Cassazione Sez. Lavoro, Ord. 6 marzo 2026, n. 5272/2025: Retribuzione Ferie, Indennità Perequative e Festività Soppresse

I principi di diritto stabiliscono che le indennità perequative e compensative, se previste in misura fissa, pensionabile e calcolabili ai fini del TFR, devono essere considerate collegate all'esecuzione delle mansioni. Pertanto, secondo i principi della giurisprudenza comunitaria sul pieno mantenimento della retribuzione, tali indennità vanno incluse nella retribuzione durante il periodo di ferie. Inoltre, i 4 giorni di festività soppresse, attribuiti ai sensi dell'articolo 29 del CCNL 2015, non sono da intendersi come vincolati alla natura di "permessi". Possono essere utilizzati in alternativa come ferie aggiuntive con lo stesso trattamento economico. Nel caso specifico il ricorso è stato rigettato per infondatezza e sono state applicate sanzioni previste dall'articolo 96 c.p.c. per lite temeraria.

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IL TRASFERIMENTO DEL LAVORATORE EX ART. 2103 C.C.: LA CORTE DI CASSAZIONE DELINEA I CONFINI TRA SPOSTAMENTO INFRAPRODUTTIVO E MUTAMENTO DI UNITÀ PRODUTTIVA.

Principio Affermato: La Suprema Corte statuisce che non ogni mutamento del luogo di esecuzione della prestazione configura un trasferimento normativo, essendo necessario il passaggio tra distinte «unità produttive», intese come articolazioni aziendali dotate di autonomia funzionale e tecnica. Qualora sussista una situazione di «incompatibilità ambientale» oggettiva, quale il mancato gradimento da parte di un committente terziario, il datore di lavoro può legittimamente disporre il mutamento di sede come scelta organizzativa ragionevole. Il controllo del giudice è limitato alla verifica della corrispondenza del provvedimento alle finalità tipiche dell'impresa, senza poter investire il merito della scelta imprenditoriale né richiedere la dimostrazione dell'inevitabilità della misura.

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Licenziamento e Disabilità: la Cassazione Boccia la Riduzione del Risarcimento

La Sentenza n. 5015/2025 della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, chiarisce i confini della responsabilità risarcitoria in caso di licenziamento discriminatorio di lavoratore disabile. I giudici di legittimità stabiliscono che, in presenza di elementi indicativi sullo stato di salute del dipendente (cd. "campanelli d'allarme"), sorge in capo al datore di lavoro l'onere di acquisire informazioni circa la eventuale disabilità prima di procedere al recesso, al fine di adottare i possibili accomodamenti ragionevoli ex art. 3, comma 3-bis, d.lgs. n. 216 del 2003. Il silenzio della lavoratrice sulla propria condizione non costituisce causa non imputabile idonea a mitigare la colpa datoriale. Una volta accertata la colpa, anche in misura minima, essa esclude qualsiasi riduzione dell'indennità risarcitoria alla misura delle cinque mensilità prevista dall'art. 18, comma 2, L. n. 300 del 1970. La Corte ha pertanto cassato la decisione di merito che aveva compresso il risarcimento, rinviando per una quantificazione superiore al minimo legale.

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Demansionamento del Quadro Bancario: La Cassazione Fissa i Paletti su Equivalenza delle Mansioni e Liquidazione del Danno

In materia di demansionamento e tutela della professionalità, la Suprema Corte ribadisce un principio fondamentale inerente all'interpretazione dell'art. 2103 c.c. e delle norme contrattuali collettive (art. 82 CCNL credito). Nella motivazione si legge testualmente: "nell'indagine sull'equivalenza non è sufficiente il riferimento in astratto al livello di categoria, ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente, salvaguardandone il livello professionale acquisito e garantendo lo svolgimento e l'accrescimento delle sue capacità professionali." Quanto alla liquidazione del pregiudizio subito, la Corte conferma la legittimità della valutazione equitativa da parte del giudice di merito, il quale può desumere l'esistenza del danno: "basandosi sugli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità dell'esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all'esito finale della dequalificazione e ad altre circostanze del caso concreto." Il ricorso della società datrice di lavoro è stato rigettato, confermando la condanna al risarcimento del danno professionale per la progressiva svuotazione di autonomia e responsabilità funzionali del quadro direttivo.

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Superlavoro: Risarcimento “In Re Ipsa” anche per Rapporti Brevi

La violazione sistematica dei limiti orari e dei periodi di riposo previsti dalla contrattazione collettiva e dall'art. 36 Cost. configura un illecito contrattuale ex art. 2087 c.c., fonte di risarcimento del danno non patrimoniale in re ipsa. La giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., Sez. Lav., n. 21934/2023) ha chiarito che il pregiudizio da usura psico-fisica è presunto a favore del lavoratore, senza necessità di prova di specifica patologia, allorquando il superamento dei turni assuma connotati di significatività e abnormità tali da compromettere la sfera personale. Tale tutela opera anche in caso di rapporti di lavoro di breve durata, ferma restando la liquidazione equitativa del danno ai sensi dell'art. 1226 c.c., sulla base della durata, intensità e concrete modalità della violazione.

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Il tempo di trasferimento della guardia giurata tra sede e luogo di lavoro non rientra nell’orario di lavoro: nota a Cass. civ., Sez. Lav., 12 gennaio

La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. Lav., 12 gennaio 2026, n. 644, ha statuito che il tempo impiegato dalla guardia giurata per il trasferimento tra la sede aziendale (ove viene prelevato il veicolo di servizio) e il luogo fisso di prestazione (sito di piantonamento) non integra la nozione eurounitaria di "orario di lavoro" ex art. 2, punto 1, della direttiva 2003/88/CE. Il Supremo Collegio ha precisato che, ai fini della qualificazione giuridica del tragitto come prestazione lavorativa, è necessario verificare la sussistenza cumulativa di tre elementi: (i) esercizio effettivo delle funzioni durante lo spostamento; (ii) disponibilità immediata al datore di lavoro; (iii) assenza di autonomia nella determinazione di tempi, modi e percorsi. Nella fattispecie de qua, il lavoratore – addetto a servizio di vigilanza fissa – godeva di piena autonomia durante il trasferimento, non era soggetto a eterodirezione e operava in una postazione abituale e predeterminata; ne consegue che il tempo di viaggio non è retribuito, non concorre al calcolo dell'orario massimo settimanale e non rileva ai fini dei periodi di riposo. Il principio si distingue dal precedente Tyco (C-266/14), applicabile esclusivamente ai lavoratori privi di sede fissa, e trova conferma nella recente pronuncia Stas-IV c. Vaersa (C-110/24, 9 ottobre 2025), la quale subordina la qualificazione del trasferimento come "orario di lavoro" alla presenza di vincoli organizzativi imposti dal datore.

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Violenza su soggetti vulnerabili e stress lavorativo: la Cassazione chiarisce i limiti dell’attenuante disciplinare

In tema di licenziamento disciplinare nel settore socio-assistenziale, la Corte di Cassazione ha recentemente affermato un principio di rigore: lo stress lavorativo non può essere invocato come circostanza attenuante a fronte di condotte violente poste in essere da un operatore nei confronti di un utente fragile. La Suprema Corte ha chiarito che la professionalità richiesta all'operatore socio-sanitario include proprio la capacità di gestire situazioni critiche e relazionali complesse senza ricorrere a modalità lesive dell'integrità fisica o morale dell'assistito. Ne consegue che, qualora venga accertato un episodio di violenza – ancorché in un contesto operativo gravoso – il datore di lavoro è legittimato a irrogare il licenziamento per giusta causa, atteso che tale condotta determina la irreparabile lesione del vincolo fiduciario, elemento essenziale del rapporto di lavoro in settori ad alta valenza etico-solidale. Il giudice di rinvio, pertanto, dovrà valutare la proporzionalità della sanzione espulsiva senza attribuire rilievo attenuante allo stress professionale, focalizzandosi invece sul rispetto della procedura disciplinare, sulla gravità oggettiva del fatto e sulle eventuali carenze organizzative imputabili al datore di lavoro ex art. 2087 c.c.

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Riforma della Disabilità nel Lazio: Nuove Regole INPS dal 1° Marzo 2026 tra Semplificazione, Progetto di Vita e Criticità da Monitorare.

Dal 1° marzo 2026, la Provincia di Roma e il territorio laziale entrano nella terza fase sperimentale della riforma sull'accertamento della disabilità (D.Lgs. 62/2024, art. 7 D.L. 19/2026). L'INPS diventa l'unico soggetto accertatore, introducendo un procedimento interamente telematico attivato tramite il Certificato Medico Introduttivo, compilato esclusivamente da medici abilitati. Le principali novità includono: (i) la valutazione multidimensionale della persona, superando il mero criterio percentuale; (ii) l'elaborazione del Profilo di funzionamento, propedeutico al Progetto di Vita individuale; (iii) l'emissione di una certificazione unica valida per invalidità civile, Legge 104/92 e altre prestazioni. Restano profili di attenzione riguardanti la disponibilità di medici legali, l'integrazione con i servizi territoriali e le tempistiche di attuazione del Progetto di Vita. Studio Argari accompagna cittadini, datori di lavoro e professionisti nell'orientarsi tra le nuove procedure, garantendo informazioni chiare, aggiornate e formalmente corrette.

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Inammissibilità del ricorso per omessa allegazione della chance: la Cassazione (ord. n. 1235/2026) ribadisce il perimetro del sindacato di legittimità

Con l'ordinanza n. 1235 del 20 gennaio 2026, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ribadisce un principio dirimente in materia di onere allegatorio e probatorio nelle controversie aventi ad oggetto la pretesa risarcitoria per perdita di chance correlata a meccanismi premiali condizionati al raggiungimento di obiettivi. La Suprema Corte, nel dichiarare inammissibile il ricorso avverso la pronuncia della Corte d'Appello di Roma, conferma che il giudice di legittimità non può sindacare il giudizio di fatto espresso dal merito, laddove logicamente coerente e adeguatamente motivato. Ne discende che, in ipotesi di inadempimento datoriale relativo alla mancata fissazione di obiettivi individuali, non è sufficiente allegare il mero inadempimento: grava sul lavoratore l'onere di dedurre e provare circostanze concrete – quali modalità di svolgimento della prestazione, profilo professionale, storico delle performance e comparabilità con colleghi – idonee a sostanziare una probabilità seria e apprezzabile di conseguimento del risultato. L'ordinanza offre, dunque, un monito operativo ai patrocinanti: la costruzione del thema decidendum in sede di merito, mediante allegazioni fattuali circostanziate e coerenti, costituisce presupposto imprescindibile per superare il vaglio di ammissibilità in sede di legittimità, evitando censure generiche o meramente sostanzialistiche destinate a essere dichiarate inammissibili ex art. 360 c.p.c.

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