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Demansionamento: quando dire “no” non ti costa il posto di lavoro

Il demansionamento non è sempre illegittimo — e non sempre puoi rifiutarlo senza conseguenze. Se avviene senza una valida ragione, viola l’articolo 2103 del Codice Civile e lederebbe la tua dignità professionale: in quel caso, puoi e devi opporre resistenza. Ma se deriva da una riorganizzazione aziendale reale, o ti viene proposto come alternativa al licenziamento, il quadro cambia: rifiutare potrebbe significare perdere comunque il lavoro, e con piena legittimità da parte del datore. La differenza tra difendere i tuoi diritti e rischiare il posto sta tutta nei dettagli — e nella giurisprudenza.

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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e rifiuto della ricollocazione.

Quando un’azienda si riorganizza e propone al dipendente una nuova mansione — coerente con il suo inquadramento contrattuale, con pari livello e retribuzione — il rifiuto da parte del lavoratore legittima il successivo licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La giurisprudenza, infatti, riconosce che il datore di lavoro ha pienamente assolto all’obbligo di repêchage previsto dall’art. 3 della legge 604/1966. Al contrario, non basta un generico stato ansioso emerso dopo il recesso a fondare pretese risarcitorie per mobbing, in assenza di una diagnosi specifica di stress lavoro-correlato o di condotte vessatorie sistematiche e intenzionali. Il licenziamento, in questi casi, non è né illegittimo né pretestuoso: è l’estrema ratio di un’organizzazione aziendale effettiva e rispettosa delle regole.

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Fideiussione Omnibus ABI: il Tribunale di Bari striglia le banche — e afferma: “Niente più pretese!”

Il Tribunale di Bari, con la sentenza n. 172/2025, ha dichiarato la nullità di una fideiussione omnibus redatta secondo lo schema ABI, ritenendola indeterminata e contraria ai principi di buona fede. In un passaggio particolarmente incisivo, il giudice ha anche affermato la decadenza della banca da ogni pretesa, poiché l’uso reiterato di clausole abusive non può più essere tollerato dall’ordinamento. Una pronuncia chiara, netta e fortemente orientata a tutelare il fideiussore da pratiche contrattuali opache e squilibrate.

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Quando il Datore Non Paga i Contributi: La Pensione è Ancora al Sicuro? Guida Giuridica per Non Perdere il Futuro

Se il datore di lavoro non versa i contributi previdenziali, il lavoratore non perde automaticamente il diritto alla pensione, grazie al principio di automaticità delle prestazioni (art. 2116 del Codice Civile). Tuttavia, se i contributi non versati vanno in prescrizione — cioè se l’INPS non li recupera entro cinque anni — quel periodo lavorativo non sarà riconosciuto ai fini pensionistici. In tal caso, il lavoratore può comunque agire legalmente contro il datore per ottenere il risarcimento del danno o per costringerlo a costituire una rendita vitalizia che ricomponga la quota di pensione persa. La chiave per tutelarsi è monitorare in tempo reale il proprio estratto conto contributivo e intervenire prima che scatti la prescrizione.

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Scarso rendimento e controlli difensivi: i confini giuridici del “fondato sospetto” secondo la Cassazione.

Lo scarso rendimento di un dipendente può costituire un “fondato sospetto” utile a legittimare controlli difensivi tecnologici ex post, ma solo se risponde a requisiti rigorosi: deve trattarsi di una “enorme sproporzione” tra prestazione attesa e prestazione effettiva, protratta nel tempo, imputabile al lavoratore (e non a carenze organizzative) e rilevata in modo lecito. La Cassazione, con l’ordinanza n. 24564/2025, ribadisce che mancano questi presupposti, il controllo diventa arbitrario e viola il diritto alla riservatezza del lavoratore.

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Portieri 4.0: tra pacchi dell’e-commerce e chiavi di Airbnb – il nuovo CCNL ridefinisce il ruolo del custode tra diritti, responsabilità e innovazione

Il rinnovato CCNL per i dipendenti da proprietari di fabbricati (valido fino al 31 ottobre 2028) ridefinisce il ruolo del portiere, introducendo nuove mansioni strutturate legate alla gestione degli affitti brevi e alla ricezione dei pacchi. Viene istituita un’indennità di 15 euro mensili per ogni appartamento in affitto breve, a carico esclusivo del proprietario, e il portiere è esentato da ogni responsabilità grazie a una clausola di manleva. L’introduzione di tali compiti richiede il voto dell’assemblea condominiale e il consenso del lavoratore, mentre la gestione dei pacchi è regolata da un ordine di servizio personalizzato per evitare sovraccarichi logistici. Il contratto prevede inoltre aumenti retributivi, welfare sanitario esteso ai familiari e l’affidamento della manutenzione ordinaria del verde, proiettando la figura del portiere in una dimensione moderna, tutelata e funzionale alle esigenze urbane contemporanee.

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Quando lo stipendio non arriva: il diritto di andarsene senza preavviso e con la testa alta

Quando lo stipendio non arriva, il lavoratore non è costretto a subire in silenzio. Il ritardo prolungato nel pagamento può configurare una giusta causa di dimissioni, consentendo di recedere dal rapporto di lavoro senza preavviso, con diritto all’indennità sostitutiva del preavviso e all’indennità di disoccupazione NASpI. La legittimità di questa scelta dipende dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) applicato e dalla gravità del ritardo, valutata caso per caso dal giudice – in particolare se si tratta di due o più mensilità non pagate, con conseguenze concrete sulla vita del dipendente. La giurisprudenza è chiara: la retribuzione ha una funzione alimentare essenziale, e il suo mancato pagamento mina il fondamento stesso del rapporto di fiducia tra datore e lavoratore (art. 2119 c.c.; Cass. Civ., Sez. I, n. 21438/2023).

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Licenziamento illegittimo: il datore può rifiutare la reintegrazione del lavoratore e pagare un’indennità?

No, il datore di lavoro non può unilateralmente rifiutare la reintegrazione di un dipendente licenziato illegittimamente e sostituirla con un pagamento. La legge italiana — in particolare l’articolo 3, comma 6, del d.lgs. 23/2015 — prevede che sia il lavoratore, non il datore, a scegliere se rinunciare alla reintegra richiedendo un’indennità sostitutiva pari a 15 mensilità. Fino a quel momento, l’obbligo di riassunzione sussiste.

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Conti opachi in condominio? L’amministratore paga di tasca sua

Quando i conti del condominio “tornano” ma non convincono, la legge non guarda solo ai numeri: l’amministratore è obbligato a rendere ogni spesa chiara, tracciabile e documentata. Se non allega fatture, inserisce entrate fittizie o usa i fondi per scopi diversi da quelli deliberati, commette mala gestio — anche se non ha sottratto un euro. Il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 12772/2025, ha stabilito che la trasparenza è un dovere, non un optional: in sua assenza, l’amministratore deve risarcire il condominio, compresi i costi della perizia contabile richiesta per fare chiarezza. Gestire soldi altrui significa meritare fiducia ogni giorno — non solo non rubare, ma dimostrare, con i documenti, di averli spesi bene.

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Reagire con le mani al posto delle parole? Rischi il licenziamento in tronco

Reagire con le mani a un insulto sul posto di lavoro — anche se provocati — comporta il licenziamento per giusta causa. Lo ha ribadito la Corte d’Appello di Milano con la sentenza n. 853/2025, sottolineando che non conta chi ha iniziato la lite: chi passa alle vie di fatto rompe irrimediabilmente il rapporto di fiducia con il datore, rendendo impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro. La violenza, in azienda, non è mai una risposta legittima.

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Quando il vicino diventa una minaccia: il diritto contro lo stalking condominiale

Lo stalking condominiale non è un semplice litigio tra vicini: è un reato penale previsto dall’articolo 612-bis del codice penale, che si configura quando condotte reiterate — come insulti, minacce, rumori molesti o danneggiamenti — generano nella vittima un grave stato di ansia, timore per la propria incolumità o la necessità di cambiare le proprie abitudini di vita. La Cassazione ha chiarito che anche due sole azioni, se mosse da intento persecutorio, possono bastare a integrare il reato, e che le sole dichiarazioni coerenti della vittima possono giustificare l’incriminazione dello stalker. Vivere in condominio non significa dover subire la paura tra le mura di casa.

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